ERNESTO FRETI
La capacità di farsi in tre per gli altri

di Mario Dometti (Civis) dal ibro del 50° AVIS Sarnico

Sicuramente nella società di oggi è invalsa l’abitudine dei mass media di concentrare la propria attenzione quasi esclusivamente sulla politica e sulla pubblica amministrazione; i giornali poi ci mettono del loro ed invece di cercare di proporre con i loro scritti soluzioni che permettano al paese di uscire dalla crisi, convogliano quasi esclusivamente il loro interesse nel soddisfare la connaturata necessità di tanti lettori di entrare nella quotidianità di vip e non, per conoscerne amori, debolezza, tragedie, virtù. In una parola, di fare “gossip” cioè “pettegolezzo”.
Tutto questo, a mio avviso, contribuisce a far accrescere in maniera esponenziale in tante persone la cosiddetta “antipolitica” cioè l’atteggiamento, a mio avviso pericoloso, di giudicare la politica come pratica di potere, contrapponendosi ad essa, ai partiti e agli esponenti politici sia di maggioranza che di opposizione, ritenendoli inclini ad interessi personali e non attenti invece al bene comune.
Quotidiani e periodici si occupano invece solo in maniera marginale di coloro che ogni giorno “costruiscono” il sostanzioso bene della società. Se in prima linea vi sono, senz’altro a ragione, l’economia e gli operatori economici, è tuttavia innegabile che assumono un valore insostituibile anche coloro che, concretamente e gratuitamente, animano quel libero volontariato così attento, operoso e tanto prezioso alla nostra comunità. Solo raramente la cronaca fa accendere i fari su di loro, il più delle volte sono abbandonati nel silenzio e nell’indifferenza.
Occorre invece dare maggiormente voce ”a quel volontariato”, che opera senza clamori – e così deve essere – ma allo stesso tempo è anche necessario dare un segnale forte a quella realtà, a volte distratta, scoraggiata o alla ricerca di quei valori ormai persi.

Spazio allora in questa pubblicazione  a chi come Ernesto Freti, ha veramente voglia di impegnarsi a favore di coloro che sono  nel bisogno e che necessitano di aiuto per continuare a gioire del bene più prezioso che ogni essere umano ha: la propria vita. Sarnicese, 57 anni, professione camionista, attuale revisore dei conti dell’AVIS, iscritto all’AIDO, ma soprattutto dal 26 febbraio 1993, data della sua costituzione, coordinatore del gruppo ADMO del Basso Sebino e Val Cavallina.

«Mi sono avvicinato all’Associazione donatori midollo osseo – dice Ernesto – quando nel 1991 partecipando alle varie assemblee regionali dell’AVIS a Mantova e Monza, incontrai Renato Picardi, attuale consigliere della giunta esecutiva nazionale dell’ADMO. Prendendo la parola ci illustrò con molta convinzione le finalità della nuova associazione. Fui colpito da quanto appresi e cioè che se in una famiglia un bambino o un giovane si fossero ammalati di leucemia, con l’infausta diagnosi che solo un trapianto di midollo da un donatore della stessa famiglia o da uno dei pochissimi donatori non famigliari ai quali era stata riconosciuta una completa compatibilità HLA, per loro non ci sarebbe stata alcuna speranza.
Grazie a Renato ed ai rappresentanti di alcuni gruppi spontanei di volontari di lì a poco, nel 1990, prese vita l’ADMO, nato con lo scopo di sensibilizzare i potenziali donatori. Si raccolsero immediatamente 2.500 adesioni (oggi sono 370.000).
Nelle famiglie che avevano avuto questa terribile esperienza di morte si trovò grande collaborazione. Se non eravamo riusciti a salvare i loro figli, dovevamo farlo per figli a loro sconosciuti».
Per Ernesto non ci fu alcuna indecisione, aspettò il termine del convegno e parlò con Renato Piacardi per proporre la sua iscrizione all’ADMO. Gli fu indicato il dott. Guido Scudeller, primario del Centro trasfusionale degli Ospedali Riuniti di Bergamo, il referente per la provincia di Bergamo. Dopo averlo contattato diventò potenziale donatore iscrivendosi all’associazione nel 1992.
Ma non bastava, “l’è mia asè!”.
Incoraggiato anche dalla moglie Rosalba Capoferri, infermiera presso il centro dialisi del Bolognini di Seriate, con caparbietà si presentò dal dott. Serafino Tambuscio, allora direttore sanitario dell’AVIS e gli propose di aiutarlo a formare un gruppo ADMO nel Basso Sebino, con sede presso l’AVIS.
Anche il signor Leandro Mora, presidente dell’AIDO, si rese disponibile ad una collaborazione in questo senso. La proposta era coerente anche con le finalità delle due associazioni in quanto, più che di trapianto di midollo osseo, era più corretto parlare di trapianto di sangue midollare e più precisamente ancora di trasfusione.

«Organizzammo nel marzo del 1993 – prosegue Ernesto Freti – un momento di sensibilizzazione proponendo a Sarnico una pubblica assemblea alla quale presero parte numerosi volontari e presidenti, sia di AVIS che di AIDO. Relatore fu lo stesso dott. Guido Scudeller che, con l’ausilio di diapositive, illustrò in termini medico-scentifici la questione del trapianto di midollo osseo come possibilità di combattere le leucemie, linfomi, mielomi e altre neoplasie del sangue.
Il dott. Scudeller trattò in modo approfondito anche l’aspetto sociale di questa terapia sottolineando come fossero molte le persone che ogni anno in Italia necessitassero di trapianto. Purtroppo“la compatibilità genetica è un fattore molto raro”, che ha maggiori probabilità di esistere tra consanguinei. Per gli altri, la speranza di trovare un midollo compatibile per il trapianto è legata all’esistenza del maggior numero possibile di donatori volontari tipizzati, dei quali cioè sono già note le caratteristiche genetiche, registrate in una banca dati. In pratica più persone venivano tipizzate maggiori erano le probabilità si salvare una vita. Nacque così il gruppo ADMO Basso Sebino che oggi conta 378 iscritti».

Nel 1993 la provincia di Bergamo (prima in assoluto in Italia) ancora una volta rispose con grande entusiasmo alla sollecitazioni dell’ADMO: erano stati tipizzati infatti già un migliaio di potenziali donatori e 600 erano in lista d’attesa.
Da allora Ernesto Freti non ha mollato un minuto e cominciò la frenetica raccolta di adesioni.
«Effettuavamo i prelievi presso l’AVIS di Sarnico ed io stesso li portavo a Bergamo. Oggi siamo in attesa di ottenere l’autorizzazione dall’AVIS provinciale per poter effettuare, a coloro che lo richiedessero, i prelievi dei campioni di sangue da tipizzare presso l’Ospedale di Sarnico nel corso delle donazioni consuete del venerdì e quelle trimestrali la domenica. Si tratta di prelevare una provetta in più».

Era doveroso dedicare quindi una capitolo a questa importante associazione così legata ad AVIS e AIDO. Dal suo sito web rileviamo che in Italia si valuta siano necessari circa 1.000 nuovi donatori effettivi all’anno. Una stima che è destinata a subire un notevole aumento, se si tiene conto che il trapianto delle cellule staminali presenti nel midollo osseo è attualmente al centro di ricerche anche nel campo dei tumori solidi, mentre stanno diventando di routine alcune applicazioni in campo genetico, come nel caso delle talassemie.
In questo panorama, ADMO svolge un ruolo fondamentale di stimolo e coordinamento: fornisce agli interessati tutte le informazioni sulla donazione del midollo osseo e invia i potenziali donatori ai centri trasfusionali del Servizio Sanitario Nazionale, presso i quali vengono sottoposti alla tipizzazione HLA, che avviene con un semplice prelievo di sangue. I dati vengono poi inviati al Registro Italiano Donatori Midollo Osseo (IBMDR), nel più assoluto rispetto della normativa sulla privacy (Decreto Legislativo 196/03)”.

Un grazie a Ernesto Freti, un uomo come tanti ma che, in realtà, è unico nel suo genere, che al contrario di altri, ha fatto una scelta di vita che forse risulta incomprensibile a chi ha come valori di riferimento solo soldi e carriera e che, incurante dei sacrifici, basa il proprio progetto di vita sulla solidarietà e aiuto a tutti coloro che – l’ho detto tante volte ma “l’è mia asè” – si trovano a vivere situazioni di disagio.
Un’idea: oggi all’apice degli interessi giovanili – pochi in verità – ci sono i social network, Facebook al vertice di tutti, dove gli iscritti “postano” (inseriscono dei post, cioè frasi talvolta comprensibili) sulla propria situazione sentimentale, sui rapporti con altri iscritti, coscienti che altre persone, non solo amici o conoscenti ma anche perfetti sconosciuti, possono leggere con l’effetto di dare avvio a scambi di vedute e interpretazioni pubbliche, grazie alle quali chiunque può venire a conoscenza di fatti, altrimenti tenuti segreti e che solo pochi anni fa sarebbero rimasti rinchiusi nel ricevitore di un telefono o tra le mura di casa. Ecco allora, perché sprecare queste risorse comunicative, questa disinvoltura nell’utilizzo di questi nuovi strumenti tecnologici con i quali i giovani italiani si muovono in una sorta di “disincantato vagabondaggio” in cui i limiti fra le diverse forme divengono sempre più labili, perché non utilizzare questo nuovo codice linguistico, i cui caratteri principali sono la tempestività e la brevità della comunicazione, per propagandare anche azioni che li coinvolgano nel volontariato spiegando loro, ad esempio, come si possa diventare donatori di sangue, di sangue midollare o di organi.
E perché non utilizzare queste nuove forme di comunicazione, che sono una parte integrante del loro linguaggio, per interrogare gli adulti e la loro capacità di essere coinvolti in esperienze di volontariato?
Sarebbe veramente un bel modo di proporsi.